martedì 3 gennaio 2012

Manifesto

Da ragazzo non sopportavo le smancerie, mi ci adeguavo. La mia indole era in realtà molto più concreta, materialista. Non mi importava molto di accarezzare le femmine. Volevo ravanarle, tuffarmici sopra e riempirmici le mani. Possederle proprio. C'entra una sega l'educazione, son cazzate. Col sesso in testa ci si nasce e basta. Obbedisco a impulsi che non ho scelto di avere, e questo liquida ogni addebito a mio carico per il presente, passato e futuro. Turbe incontrollabili popolate di strabordanti figliole hanno sempre albergato nelle circonvoluzioni della mia materia grigia fin da che ho memoria. A pochi anni di età già selezionavo accuratamente in tutta la spiaggia le ragazze su cui franare per sbaglio, e ci ho sempre guadagnato. Le sceglievo preferibilmente bionde, e finiva che restavo a giocarci per delle ore. Finiamola con la cazzata dell'innocenza dei bambini. A cinque anni un bambino sa come coglionare chiunque, e se ne serve senza scrupolo forte della non punibilità del reato. I tempi duri per me sono arrivati attorno ai nove o dieci anni. Non c'erano computer o menate del genere, e l'unico sfogo era passare sul retro delle edicole e cercare sulle copertine delle riviste la maiala con le tette più grosse. E mentre mi ci dirigevo, mi veniva già duro. Poche storie, la quantità conta eccome. Altro è che in seguito si debbano fare i conti col possibile, col reale, o che il proprio inserimento nel mondo sociale costringa a metter la mordacchia a quanto si discosta troppo dalle regole consolidate. Per mia sfiga erano i primi anni settanta e la moda esaltava l'anoressia: ma i miei ormoni se ne fregavano e spadroneggiavano tra le mie sinapsi fulminandole con immagini che Fellini mi fa una pippa. Nei miei deliri ero disteso sulla schiena e quella che avevo sopra era una vacca con due tette da paura. Stava sopra di me, a quattro zampe con le braccia distese, e io baciavo, leccavo, annusavo, mordevo, succhiavo, affogavo in quella carne senza fine che mi avvolgeva il viso senza nemmeno dovermi sollevare. Non erano nè grandi nè tette, erano enormi poppe. P-O-P-P-E. Sentite quanto è tonda questa parola? Le tette sono contratte, spigolose, con quelle E tirchie nell'anima. Sono tutte impettite, sull'attenti. Le poppe no. Le poppe oscillano in partenza. Hanno la O che le fa diventare subito piene e burrose, la bocca si riempie di quella O e si compiace nel pronunciarla, così tonda, grassa, generosa. Un orgasmo. Anche quel PO... all'inizio. Oppure è il POP. Nella parola c'è già qualcosa che straripa dal reggiseno, sotto maglie XL costrette a compiti superiori alle loro forze. E che dire della P: ce ne sono tre che gonfiano le guance mentre le pronunciamo. POPPE, visto? Ma guardiamola anche graficamente, la P è la stilizzazione del profilo di una vacca. Nulla da spartire con l'anoressica T. Sì, quelle che sognavo io erano poppe, non tette.

In seconda media era arrivata da un altro istituto una ragazzina che è stata la responsabile principale del mio declino scolastico. Aveva subito fatto ombra alla mia favorita dell'anno precedente Alessandra, una moretta liscia e rotondetta di ottima famiglia e con un davanzale meritevole. Era brava in tutto, la Ale, forse la migliore della classe. Ci teneva, e studiavo pure io. La guardavo tornare dall'ora di educazione fisica, rossa in viso e accaldata, quando perdeva la sua abituale compostezza. I capelli sudati a incorniciarle il viso, i movimenti meno controllati che facevano sobbalzare quel pacco di tette. Ero estasiato. Volevo ficcarle il naso tra le tette sudate, sentire il suo sapore, inebriarmi di ogni sfumatura.
Fino all'ingresso della Monica. Tutti la guardavano con sprezzo, vestiva malamente e si esprimeva anche peggio. Nella mia scuola bisogna dire che stavamo piuttosto bene, tutte famiglie abbienti e con la puzza sotto al naso. Lei era diversa. Capelli castani lunghi e ispidi, scarpe da tennis sdrucite, jeans senza marca nè taglio, un maglione albanese sopra. Ma quel maglione largo e informe conteneva inequivocabilmente la più grande massa di carne che avessi mai visto dal vivo. Innocentemente sontuosa. Sguardo basso e dimesso, la Monica era abituata a vergognarsene (ecco, riflettendoci mi vien da dire a bocce ferme, intuisco il motivo del suo cambio di scuola: il primo anno in periferia doveva esser stato scioccante). In breve, dopo due minuti Alessandra era morta, e due mesi dopo anche i miei voti. Primo banco come il mio, ma fila centrale. Tra di noi soltanto il passaggio, e la vedevo a figura intera. La spiavo china sul compito, il maglione teso da quelle tette giganti che sotto al banco le sfioravano le cosce. Passarle affianco e abbracciarla da dietro per riempirmi le mani con quella polpa, sorreggerne il peso e sentirla strabordare da tutte le parti era diventato il mio incubo. Purtroppo mia zia insegnava lettere nella stessa scuola, vivevo da sorvegliato speciale. Monica non lo sa, ma ha segnato la mia vita consacrandomi all'adorazione delle vacche autentiche, mica solo vacche dentro. So di non saper resistere, questo è tutto.

Le tre di notte. Si vede subito che la mia è la casa di un single professionista. Tavolo da pranzo sempre in disordine, due bottiglie di birra vuote. Sono stanco ma non ho sonno. Fanculo anche alle sigarette finite. Sto fumando l'ultima, e intanto mi gratto l'uccello con l'altra mano, lo accarezzo, lo accolgo dentro la mano a cucchiaio e lo massaggio coi polpastrelli sotto i coglioni. Ho sempre avuto un cazzo emotivo, non sa stare senza contatto fisico. Non sono più un ragazzino ma in questo non sono cambiato. Mi sono evoluto, questo sì. Non ho più l'età per le stronzate. Ora me ne fotto di cosa pensano o dicono gli altri. Mi son rotto i coglioni delle convenzioni, faccio e dico quel cazzo che mi pare senza mezze misure. Trovo liberatorio essere fuori dalle regole, e irrido l'imbarazzo lo scandalo o la riprovazione negli occhi di chi mi guarda. Andatevene affanculo tutti. E con la perdita degli ultimi freni inibitori mi si è aggravata la dipendenza dalle vacche. Con gli effetti collaterali del caso.

Il più clamoroso è il problema troiette. Mi annoiano. Anzi, mi urtano. Mi irritano. E' tempo sprecato. Son lì a rigirare il mestolo nella zuppa e già penso al dopo, qualunque esso sia. Dopo questa scopata, o dopo cena. O tra una settimana, o un mese. Troppo lucido, troppo presente a me stesso. Non c'è soddisfazione senza perdita di controllo. Eppure una volta ne ero coinvolto, volevo durasse all'infinito. Ora sono soltanto bravo. Duro ore ma non ne cavo il giusto piacere per me. No, bugia, non esageriamo: il piacere che ne ricavo però è solo l'ombra di quello di dieci anni fa. Mi illudo e mi deludo ogni volta. E cosa cazzo ci sto a fare con questa qua, che lei gode mentre la riempio, ma io? Tante volte son stato a un passo dal piantarla lì. Per noia. Tutto già visto, tutto già fatto. Adrenalina al minimo sindacale. Il mio ci sentiamo presto significa che non vali un cazzo, stronza. Sei solo fuffa, una squinzietta da bar. Fuori dalla palle.
Alzare il livello del mio coinvolgimento, ecco cosa mi serve. Voglio schiattare di nuovo, voglio che la testa torni a scoppiarmi. Voglio tornare a scopare come Dio comanda, voglio perdere di nuovo il controllo di me. Voglio impazzire. Ecco perché oggi la pretendo burrosa in tutto, passiva e ninfomane. Voglio una vacca che mi arrapi al di là delle sue intenzioni, anche quando sta facendo altro. Che però goda all'idea di farmi uscire di testa col suo corpo, con le sue tettone, con la sua pancia e col suo culone. Voglio afferrarla per i fianchi e scoparmela mentre dorme. Voglio che mi squagli i neuroni. Voglio incazzarmi per non riuscire a levarmela dalla testa. Voglio una vacca colpevole di essere come è. Che meriti un castigo esemplare. Che meriti di essere sfondata  tutti i giorni per avermi fuso i gangli. La punirò a colpi di cazzo perché osa farmi sbarellare a prescindere dalla sua volontà: e la voglio affamata di sesso, che diventi fradicia sapendo di essere la causa e di doverne subire le conseguenze. Me la deve pagare quella stronza, voglio che goda tanto da non riuscire a far altro che godere. Voglio sentire tutta quella carne attorno al mio cazzo, la voglio riempire di sborra. La voglio pompare per un'ora di fila e gonfiarla col mio sperma. La voglio legare, la voglio seviziare. Voglio vedere quella vacca tremare mentre la riempio, e voglio che l'onda dalla carne salga a paralizzarle il cervello, e che lei non possa farci nulla. Deve impazzire come me. E se sarà abbastanza porca la metterò incinta e me la sposerò, magari dopo qualche mese che è già più rotonda. Quel giorno la sveglierò con un bacio, la stantufferò perbene e la porterò all'altare gonfia e tremante, con la mia sborra che le cola tra le cosce. Sarà il solo momento in cui potrò dire sì, guardandola negli occhi e senza pentirmene. Forse. Fanculo a me e a come cazzo son fatto.

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